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A una manciata d’ore dal ferragosto del ’43 i proiettili in dotazione alla “Hermann Göring” – un’unità militare d’élite della Luftwaffe – tolsero la vita a decina di esseri umani prima che i vigliacchi che imbracciavano i fucili se la dessero a gambe verso Messina, come il resto delle truppe del führer di stanza in Sicilia. Era il dodici agosto, con esattezza, e l’orrore si protrasse per circa 36 ore, fino alla fuga. Il luogo, oggi conosciuto come uno dei più bei borghi d’Italia, era Castiglione di Sicilia. La notizia ci mise due mesi prima di essere divulgata. E, a dirla tutta, “La strage di Castiglione” non è ancora nota come dovrebbe.

Fra i diversi meriti che ha il bel romanzo di Carlo Barbieri, “Assassinio alla Targa Florio”, c’è anche quello di raccontare come si deve un simile orrore, utilizzando sapientemente i mezzi della narrativa e dosando i fatti storici con il giusto distacco che ogni buon autore deve mettere fra sé e il suo racconto.

C’è un intreccio messo su come dio comanda, in questo libro che racconta l’ennesima indagine per il commissario Mancuso, personaggio solidissimo col quale Barbieri ha reso nota la sua abilità di giallista (evidenziata già dalla pubblicazione ne Il Sole 24 Ore del suo primo giallo, “La pietra al collo”) finendo in finale allo Scerbanenco@Lignano. Mancuso si trova in mezzo a una storia che inizialmente sembra banale, quasi surreale (la richiesta d’indagine per la morte di un cane), ma che in breve cresce, deborda fino a toccare i misteri di un’Italia sporca, ferita, affamata, l’Italia del bandito Giuliano e dell’occupazione nazista, coi vigliacchi assassini di Castiglione di Sicilia ad allungare le ombre su una faccenda di donne e motori.

Il titolo rimanda all’affascinante corsa automobilistica siciliana, una delle più antiche e suggestive del mondo, la “Targa Florio”, che echeggia nei racconti dell’anziana Elena Ventimiglia, proprietaria del cane ucciso. Le vicende narrate dalla donna – che Mancuso accetta di ascoltare anche per via dell’amicizia della stessa con la sua compagna – permetteranno al commissario di scavare nel passato e di indagare molto più a fondo, arrivando a scoprire episodi criminosi legati ad un’edizione della Targa che segnò profondamente il vissuto di lei, fino a chiudere un cerchio perfettamente rotondo con intuizioni che lo porteranno a compiere il suo lavoro come si deve nel tempo presente.

Non manca l’ironia, che veste lo sguardo che il commissario getta su ogni cosa, e non mancano i personaggi che lo accompagnano, come anche il cibo e il vino. Sono i rimandi al passato, però, che fanno del romanzo uno scritto pregevole: la ricerca storica appare approfondita, ben strutturata, perfettamente incastrata nella narrazione restituendo un ritmo calibratissimo, incalzante al punto giusto, tale da permetterti di voler tornare sulle pagine appena possibile dopo essertene giocoforza staccato. E così Palermo e gli scorci della Sicilia che è e che fu appaiono così come dovrebbero, luminosi, caldi, polverosi e splendenti, e i dialoghi sottolineano gli ambienti, vestono perfettamente i personaggi e contribuiscono a dare ai fatti storici il loro giusto peso.

“Assassinio alla Targa Florio”, edito da Dario Flaccovio, è davvero un buon libro. La presenza di così tanti elementi avrebbe potuto restituire un intreccio confusionario, eccessivo, malamente equilibrato, ma l’abilità di Barbieri ha permesso di consegnare alla lettura un prodotto godibilissimo, scorrevole, appetibile, divertente.

Consigliato, insomma.

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