Dettagli prodotto

  • Copertina flessibile: 251 pagine
  • Editore: Iperborea (28 febbraio 2018)
  • Collana: Narrativa
  • Lingua: Italiano
  • ISBN-10: 8870914879
  • ISBN-13: 978-8870914870
  • Acquistabile → qui su amazon

Ci fu un tempo in cui tutto iniziò… Ricordo ancora il titolo: “Il mugnaio urlante”. Fu allora che mi innamorai dei romanzi di Arto Paasilinna e, come tutti i grandi amori, è stato un cammino costellato di forti passioni e di cocenti delusioni.

Che Paasilinna non sia empatico nei confronti degli animali lo avevo già capito da tempo. Ricordo ancora la brutta fine del corvo e dell’orso ne “L’anno della lepre” e neppure il pensiero dell’uomo che sopravvive nella natura selvaggia mi fa dimenticare quel becco incastrato nella latta acuminata o l’inseguimento senza sosta per uccidere il maestoso plantigrado. La lepre sopravvive, ma essa è un simbolo, una metafora. Anche il mugnaio e il postino –  “Il mugnaio urlante” – che si trasformano in cani selvaggi altri non sono che metamorfosi di concetti più profondi quali la libertà individuale, la fuga da una società costrittiva e ingiusta.

Perché Paasilinna non è empatico, ma molto, molto ironico.

Ho letto tanti suoi romanzi a volte rimanendone incantata altre volte rimanendo fredda e con la sensazione di aver sprecato  del denaro. E’ una sensazione che passa in fretta, comprare un libro non è mai denaro buttato, ma a volte si preferirebbe poter cambiare titolo, tentare ancora.

E’ con questo sentimento che ho chiuso “Emilia l’elefante” – Iperborea, febbraio 2018 – che purtroppo annovero fra i romanzi meno riusciti dello scrittore finlandese.

La trama è un pretesto per criticare e descrivere varie vicende dalla fine degli anni ottanta… E si parte subito male con la critica alla legge che nel 1986 proibiva l’esibizione degli animali selvatici nei circhi di tutta la Finlandia. Legge auspicabile in ogni paese viene descritta nella trama come l’impedimento  a grandi artisti di lavorare con dignità. Peccato che questi “artisti” altri non siano che poveri animali sfruttati e che non ricevono alcun compenso per le proprie esibizioni. Su questo registro si snodano le vicende di Lucia Lucander che accompagnerà Emilia l’elefantina in un viaggo rocambolesco e bizzaro dalla Finlandia alla Russia per poi arrivare finalmente in Africa dove la nostra beniamina diverrà nientepopodimenoche capobranco di un piccolo gruppo di elefanti.

Potremmo parlare di un lieto fine in questa storia condita da roboanti nomi finlandesi, polacchi e russi dove ogni personaggio ha un ruolo strano e un mestiere ancora più strano esercitato in maniera smodata e grottesca. Lo stile ironico di Paasilinna qui si appesantisce, devia dal suo sottile umorismo e diventa pesante. Pesante come… Un elefante in una cristalleria.

Per quanto ormai sia noto il suo amore per ripetere costantemente i nomi e cognomi dei personaggi alla fine ci si stanca della simpatica e vispa Lucia Lucander alias Sanna Tarkiainen, Paavo Satoveräjä e Seppo Sorjonen nomi ripetuti a non finire.

Possiamo sorridere degli espedienti con cui Emilia attrae il grande pubblico con esercizi raffinati e persino imparando a ballare l’hopak, la danza dei cosacchi. Escamotage letterario già usato ne “Il migliore amico dell’orso” quello di far esibire un animale grande e notoriamente goffo in numeri delicati di precisione o di agilità.

Emilia l’elefantina cresce e nel suo viaggio attraverso luoghi più o meno esotici non possiamo non notare quanto i personaggi di Paasilinna siano soprattutto esperti in una cosa: sopravvivere a ogni costo. Una varia umanità circonderà l’animale sino al termine del romanzo e tutti avranno in comune questo spiccato istinto di conservazione e sopravvivenza. Tutti? No, non proprio tutti. Alla berlina, ancora una volta, saranno gli animalisti, i “verdi” che in un modo del tutto pasticcione e inutile cercheranno di liberare l’elefante. Non ci riusciranno, un pullman verrà distrutto dall’animale inferocito e loro torneranno a liberare “solo visoni e solo di notte”. Se questa non è una critica contro gli animalisti… Perchè gli ideali in Paasilinna muoiono presto e l’unica vera ragione di esistere è il riuscire ad “arrabattarsi”, spillare qualche denaro ai passanti con vari espedienti e cavalcare l’onda del cambiamento che spazza via i vecchi miti senza saperne imporre di nuovi.

Sarebbe persino un romanzo gradevole se non fosse per tutte le peripezie che Emilia deve affrontare e dove la cosa meno grave sembra proprio una sbronza per troppe mele fermentate. Purtroppo i balli e gli esercizi che tanto fanno sorridere il lettore e che vengono descritti come la bravura di questa elefantessa sono proprio ciò che non possiamo più leggere nel 2018. Se fino a qualche anno fa ancora si poteva sopportare  adesso siamo arrivati al punto di non ritorno.

Tirando le somme – ovviamente è il mio personale parere – se cercate la freschezza e l’ironia potete  leggere “L’anno della lepre” e “Piccoli suicidi tra amici”, stesso autore e uno stile verde e ancora pieno di cose da dire. “Emilia l’elefante” non è altro che un ripetersi  in modo sgradevole e inutile.

Peccato, in questo mio grande amore per Paasilinna devo annoverare una piccola, ma cocente delusione.

Linda Lercari

 

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