Con incommensurabile gioia, oggi ospitiamo nel nostro blog la Dottoressa Barbara Giangravè. L’autrice è nata a Palermo nel 1982, laureata in Scienze della Comunicazione. Oggi è una nota giornalista professionista. Ha ricevuto nel 2011 il riconoscimento di Inspiring Woman of Italy, per gli anni del suo attivismo antimafia. Barbara Giangravè è una donna di spiccato coraggio, talento e forza d’animo. Non teme scrivere su argomenti spigolosi, né le conseguenze che possano scaturire. Nella sua carriera di giornalista e attivista antimafia ha avuto l’ardire di trattare contenuti piuttosto aspri.

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Noi, Marco Schifilliti e Valentina Bonelli ringraziamo la nostra ospite per l’intervista.

Iniziamo con le domande di “consuetudine”

Marco Schifilliti a seguire (M.S.) – Quali emozioni e quali stati d’animo hanno esortato Barbara Giangravè a trascendere e divenire la scrittrice di Inerti?

L’avere ricevuto una lettera di licenziamento, che altro non è che l’incipit del mio romanzo, ha fatto nascere in me il personaggio di Gioia Lantieri, protagonista di Inerti, e il desiderio di romanzare un’inchiesta giornalistica che non è mai veramente approdata a una conclusione. Ho realizzato il mio sogno di bambina, che era quello di diventare scrittrice, e ho portato questa storia in giro per tutta l’Italia. Mi sono arrabbiata, ma anche commossa. Mi sono lasciata andare all’inizio ma ho anche capito, a un certo punto, che quella lettera di licenziamento è stato uno dei regali più grandi che la vita mi abbia mai fatto.

M.S. – In quale momento della sua vita è nata la “guerriera” Barbara che lotta contro la mafia e perché?

Credo sia successo durante gli anni dell’università, dopo aver accettato contro la mia volontà di frequentarla a Palermo e di non potere andare altrove a costruire il mio futuro. Sì, è andata così: è stato quando mi sono resa conto che, se ce ne fossimo andati tutti, le cose non sarebbero mai cambiate in meglio, ma solo peggiorate.

M.S. – La lotta alla mafia. con ogni probabilità, ha messo a dura prova l’animo battagliero e temerario, dove ha trovato la forza e la voglia di continuare il “duello”?

Sicuramente è sempre stato nello smisurato amore e contemporaneamente odio che provo verso la mia terra: la amo a tal punto da sentirne visceralmente la mancanza quando sono lontana, ma mi fa soffrire moltissimo vederla violata dai Siciliani stessi, compresa la sottoscritta.

M.S. – Se potesse accostare un epiteto alla sua lotta contro la mafia quale sarebbe?

Così, su due piedi, direi testarda.

M.S. – Qual è la sua opinione sulla possibile scarcerazione di Riina?

Vi rispondo citando testualmente un post che pubblicai su facebook proprio a questo riguardo: “Quest’uomo ha diritto a una morte dignitosa, come tutti e nonostante tutto. Ma può e deve averla in carcere. Assistito e curato fino all’ultimo. Sempre e comunque dietro le sbarre. Non solo perché il suo fine pena risulta essere “mai” – e questa sorta di “premio” da parte della Cassazione sembra un bonus da Trattativa Stato Mafia – ma anche perché non sappiamo cosa potrebbe ancora fare fuori dalla galera”.

M.S. – Crede sia moralmente corretto in un paese civile come ostenta d’essere il nostro, che il figlio di Riina scriva un libro sulla vita del padre, ripulendo immagine e vita di un carnefice e venga persino intervistato in TV? Da cittadina e da scrittrice si sente offesa da questa vicenda?

Nello stesso periodo in cui si è scatenato un putiferio per la partecipazione del figlio di Riina al programma di Vespa, io mi sono sentita maggiormente offesa perché un teatro della mia città si è riempito di centinaia (e forse più) di persone per la presentazione del libro di Totò Cuffaro.

M.S. – Quali sono i momenti in cui preferisce scrivere e perché?

Non c’è una regola, in realtà, né una preferenza in questo caso. Mi piace scrivere quando sento che le parole vengono fuori da sole, anche se – a volte – non è detto che sia così e bisogna fare qualche sforzo in più perché magari si deve consegnare un lavoro. L’unica differenza tra le cose che scrivo è rappresentata dallo strumento. Se scrivo per lavoro uso il computer. Se scrivo per la mia vita privata uso carta e penna e metto nero su bianco delle lettere destinate alle persone che amo.   

M.S. – Da quali sentimenti nasce la voglia di scrivere Inerti?

Come dicevo all’inizio, Inerti nasce dalla rabbia di un’inchiesta giornalistica mai realmente conclusa ma anche dal grande desiderio di realizzare un sogno nel quale non credeva nessuno. A cominciare dalla sottoscritta.

 M.S. – Quali valori spera di trasmettere ai lettori di Inerti e che tipo di “impronta” auspica di lasciare?

Diciamo che, per non lasciare spazio all’interpretazione, ho scritto anche questo, nella postfazione pubblicata a margine del romanzo: “Avevo già cominciato a scrivere la storia di Gioia Lantieri e della sua immaginaria Acremonte, e le parole di Schiavone accesero in me una speranza. Se davvero Cosa Nostra ha iniziato a sotterrare rifiuti tossici in Sicilia dieci anni prima rispetto alla Camorra in Campania, magari un giorno qualche mafioso, pentito, farà ciò che ha fatto l’ex camorrista: rivelerà i luoghi a oggi sconosciuti, così come le relative ed eventuali responsabilità”.

M.S. – A chi sono destinate le sue parole?

A tutti noi: a me stessa, ai miei lettori, a chiunque voglia trarre un insegnamento da questa storia per lasciare questo mondo un po’ meglio rispetto a come l’ha trovato.

M.S. – Da chi o da cosa si sente ispirata?

Dalle storie che ho conosciuto nei dieci anni in cui ho lavorato come giornalista e da tutte quelle che mi hanno raccontato in questo ultimo anno in cui ho lavorato come scrittrice. Praticamente, non ce n’è neanche una che non meriti di essere raccontata.

M.S. – Quali generi preferisce leggere la scrittrice Giangravè?

Ho cominciato a leggere grazie alla mia insegnante di inglese del liceo: è stata la mia prof e la mia maestra di vita. Siamo amiche da tanti anni ormai e mi piace ricordarle che tutto cominciò quando mi mise in mano i romanzi di Isabel Allende. Fu amore a prima vista. Da allora non ho più smesso di leggere. Di tutto.

M.S. – Oggi scrivere può definirsi un mestiere, un business, una passione, o…?

A me piace definirlo un mestiere. Il più bello del mondo per me. Non aspiro a diventare ricca e famosa, ma a poter vivere di quello che faccio, beh… questo sì. Perché non mi dà solo la possibilità di continuare a svolgere l’attività che più amo al mondo, ma anche di vivere la mia vita in maniera completamente diversa da come l’ho vissuta fino a un anno e mezzo fa. 

M.S. – Quali difficoltà incontra uno scrittore emergente e quanto queste influenzano il successo professionale?

In base alla mia esperienza, direi che lo scoglio più grande, una volta pubblicato il primo romanzo, è quello della promozione. Farsi conoscere in un mare sconfinato di proposte e crearsi il proprio spazio tra scrittori e case editrici più o meno grandi non è semplice. Credo di avere lavorato molto di più in quest’ultimo anno che in tutti quelli della mia esperienza professionale precedente messi insieme. È stato molto faticoso e impegnativo, ma non rinnego assolutamente niente.

 M.S. – Quali consigli fornirebbe a uno scrittore esordiente?

Di dedicarsi anima e corpo alla promozione della sua opera prima, se fare lo scrittore a tempo pieno è ciò che desidera. Non c’è niente di più triste, in questo settore, di una buona opera prima abbandonata a se stessa e di uno scrittore esordiente, magari anche bravo, che getta la spugna dopo il suo primo tentativo, credendo di non potere fare nulla contro i grandi colossi editoriali.

 M.S. – Con l’avvento del mondo digitale crede che il mondo cartaceo risentirà questa “evoluzione”?

La mia esperienza di cronista mi ha insegnato che quello dei giornali ne ha già risentito. La mia esperienza di lettrice prima e di scrittrice poi mi sta ancora insegnando che anche quello dei libri ne sta risentendo, ma la mia personalissima percezione è che lo stia facendo in maniera un po’ più lenta rispetto ai quotidiani.

M.S. – Si identifica in qualche personaggio del romanzo Inerti? Eventualmente vorremmo conoscerne il motivo e quanto di personale ha trasmesso al personaggio?

Beh, evidentemente nella protagonista, ma non perché si tratti di me. Gioia Lantieri è nata da me, dalla mia rabbia, dalla mia testardaggine, dai miei sogni. Adesso, però, cammina da sola, sulle sue gambe. Specialmente da quando, dopo più di un anno, sono stata costretta a interrompere il tour nazionale delle presentazioni del romanzo nelle librerie di tutta Italia.

M.S. – Progetti letterari in “cantiere”?

Sì, ma per scaramanzia non ne parlo. Perdonatemi per questo.

 

Le domande della nostra impareggiabile Valentina Bonelli.

V.B. – Secondo lei uno scrittore per definirsi tale deve saper scrivere di tutto?

E perché mai? Ognuno ha il suo stile, le sue preferenze: il mondo è bello perché è vario. Vale così per ogni cosa. Non vedo perché gli scrittori dovrebbero fare eccezione.

V.B. – Che ruolo ha la scrittura nella sua vita?

Credo di poter dire che è stata una di quelle cose che mi ha salvato la vita. Non è stata l’unica che lo ha fatto, certo, ma ha avuto un ruolo molto importante e spero tanto che continuerà ad averlo.

V.B. – Qual è stato il  percorso che le ha dato la possibilità di pubblicare Inerti?

Ho scritto la prima stesura di Inerti nei primi due mesi del 2012. Poi il mio lavoro di giornalista ha fatto sì che il manoscritto finisse in un cassetto per un paio d’anni. Fino a quando, per una serie di circostanze fortuite, ho conosciuto i soci della casa editrice milanese, Autodafé, che lo ha pubblicato. E, all’inizio del 2016, è cominciata l’avventura nazionale mia e di Gioia Lantieri.

 V.B. – Quali sono le difficoltà più significative che ha incontrato nella promozione di Inerti?

Beh, per più di un anno mi sono cimentata nel lavoro di promotrice editoriale, addetta stampa e agente di viaggio di me stessa. Non è stato semplice fare tutto da sola, ma ho imparato tantissime cose e sono contenta di non essermi mai tirata indietro davanti a qualsiasi tipo di ostacolo abbia incontrato lungo il cammino.

V.B. – Desiderava fare la scrittrice sin da bambina?

Sì, assolutamente. Ma i miei genitori mi dicevano che non avrei mai potuto vivere di questo lavoro e, così, ho ripiegato sul giornalismo per dieci anni.

V.B. – Preferisce il suo lavoro “canonico” o la scrittrice?

Se dipendesse esclusivamente da me, io non tornerei mai più indietro e farei la scrittrice per il resto dei miei giorni. Ma le variabili da tenere in considerazione sono davvero tante che non sono ancora in grado di fare previsioni sul futuro. Posso solo dire che continuerò a mettercela tutta per riuscire finalmente a vivere di questo lavoro.

 Nel salutarla, la ringraziamo ancora per il tempo dedicatoci.

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